Maurice lgbtq


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APPELLO: Art. 18: I diritti del lavoro sono diritti GLBTQ! Perchè il jobs act ci riguarda

Lo “Statuto dei lavoratori” è tra i frutti di una feconda stagione di mobilitazione sociale, e nella sua finalità di tutelare “la libertà e la dignità dei lavoratori” contribuisce alla realizzazione della promessa di emancipazione contenuta nella Costituzione repubblicana. Nell’anno in cui il Parlamento adottò lo Statuto, il 1970, furono approvati anche l’istituto del divorzio, la legge che disciplina il referendum e l’iniziativa legislativa popolare. Questo dimostra non solo che – come sostiene spesso Stefano Rodotà – sulla Costituzione è possibile fondare un vasto programma di diritti, ma anche che diritti politici, civili e sociali marciano insieme o insieme arretrano.
In questa fase i diritti politici regrediscono – cittadine e cittadini non possono più eleggere direttamente gli organi delle Province e delle Città metropolitane, e lo stesso è previsto nella riforma del Senato – mentre i diritti civili non avanzano, oppure lo fanno solo grazie all’intervento dei tribunali, e i diritti sociali sono oggetto di attacchi illimitati, tanto che persino servizi fondamentali come la sanità e l’istruzione sono ormai sottoposti al vincolo del pareggio di bilancio. Non ci stupisce quindi che anche i diritti di chi lavora, e in particolare lo Statuto dei lavoratori, siano oggi minacciati.

Da anni il Maurice – nel quale sono attivi/e lavoratori/trici, studenti/esse e disoccupati/e, dipendenti e autonomi/e, stabili e precari/e – si interroga sulle nuove identità lavorative e partecipa alle mobilitazioni per contrastare la precarizzazione del mercato del lavoro e affermare la necessità di un welfare universale. Per questo respingiamo al mittente la pretesa del presidente del Consiglio di presentarsi come alfiere di chi non è tutelato/a, da contrapporre a chi è “garantito/a”,  difeso/a da un sindacato conservatore e corporativo.
Non sono stati gli stessi partiti che oggi sostengono la maggioranza di governo, o i loro antenati, ad introdurre le leggi che hanno così drammaticamente segmentato il mercato del lavoro italiano, spesso lungo linee generazionali, come il pacchetto Treu del 1997 o la legge 30 del 2003? Non è stato lo stesso governo Renzi a contribuire ulteriormente al fenomeno, con l’approvazione del decreto Poletti che ha liberalizzato il ricorso ai contratti a tempo determinato, eliminando l’obbligo di causale?
Se una “apartheid” tra garantiti/e e non garantiti/e esiste – anche se non ci piace chiamarla così – questa può essere superata solo cancellando le oltre 40 forme di contratti atipici e quindi estendendo a tutte e tutti le tutele oggi riservate alle lavoratrici e ai lavoratori a tempo indeterminato. L’idea che un livellamento possa essere compiuto verso il basso, cancellando semplicemente le tutele esistenti, è assurda e inaccettabile, e tanto più lo è la pretesa di fondarla su un principio di giustizia sociale. Sarebbe come se i movimenti GLBTQ proponessero di superare la “apartheid” esistente nel campo dei diritti civili cancellando quelli delle persone eterosessuali!

Ci sono molte ragioni per cui, come persone GLBTQ, prendiamo posizione contro la riforma del lavoro proposta dal governo. In primo luogo, ci preoccupa la manomissione delle garanzie contro i licenziamenti illegittimi sancite dall’articolo 18: la legge-delega in discussione al Senato, che lascia al Governo un margine di discrezionalità incomprensibilmente ampio, nulla dice sulla salvaguardia del reintegro nel posto di lavoro nel caso di licenziamento discriminatorio. Al contrario, le dichiarazioni di autorevoli esponenti del PD, come Sergio Chiamparino, lasciano intendere che i futuri decreti legislativi potranno modificare il sistema attuale, fondato sull’inversione dell’onere della prova (come impone una direttiva europea, la n. 78 del 2000). Non solo: se anche le attuali tutele contro il licenziamento discriminatorio fossero formalmente conservate, la scomparsa della possibilità del reintegro per le altre forme di licenziamento illegittimo priverebbe l’articolo 18 dell’attuale efficacia deterrente e incoraggerebbe l’esercizio di un potere arbitrario da parte del datore di lavoro. La riforma Fornero, approvata solo due anni fa, ha già indebolito in modo considerevole questa funzione preventiva dell’articolo 18, ma ha lasciato al giudice del lavoro la possibilità di ordinare il reintegro in un numero più limitato di casi. Se questa possibilità fosse cancellata definitivamente, la discriminazione potrebbe facilmente essere nascosta dietro ragioni disciplinari o economiche (i cosiddetti giustificati motivi soggettivo e oggettivo), la cui insussistenza sarebbe punita con un semplice risarcimento monetario. D’altronde sappiamo bene quanto sia difficile per la lavoratrice o il lavoratore che ritiene di essere discriminata/o fornire, come chiede la legge, quegli “elementi di fatto idonei a fondare, in termini gravi, precisi e concordanti, la presunzione dell’esistenza di atti, patti o comportamenti discriminatori” (Dlgs. 216/2003, art. 4.4, di recepimento della direttiva 78 del 2000). Non sarà un caso che quella che ha colpito l’avv. Carlo Taormina nell’agosto scorso sia stata la prima condanna in Italia per discriminazione fondata sull’orientamento sessuale, anche se la norma esiste da 11 anni.

Il problema, già rilevante per le persone lesbiche, gay e bisessuali, è ancora maggiore per le persone trans: il decreto legislativo 216/2003, infatti, non comprende l’identità di genere tra i fattori di potenziale discriminazione protetti in materia di occupazione e condizioni di lavoro.
Vale la pena di ricordare che la rilevanza della discriminazione nei confronti delle persone GLBTQ in ambito lavorativo è dimostrata da numerose indagini. Secondo la LGBT Survey condotta nel 2012 dall’Agenzia europea dei diritti fondamentali, il 20% dei/delle partecipanti italiani, nel corso dell’anno precedente alla ricerca, ha subìto in prima persona episodi di discriminazione nella ricerca di un’occupazione o sul posto di lavoro in ragione dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere. Un’indagine svolta dall’ISTAT nel 2011, inoltre, ha rivelato che il 25% degli/lle italiani/e considera legittimi i comportamenti discriminatori nei confronti delle persone trans, il 41% non vuole che una persona omosessuale sia insegnante della scuola primaria e il 28% trova inaccettabile che una persona gay o lesbica sia medico. Il 29,5% delle persone omosessuali intervistate dall’ISTAT, infine, ha riferito di essere stato discriminato nella ricerca di un lavoro e il 22% ha subito una discriminazione sul lavoro.

Ha scritto bene Gianni Ferrara sul Manifesto che l’articolo 18 “libera la lavoratrice e il lavoratore dall’arbitrio del datore di lavoro, quell’arbitrio che, con l’incombenza del licenziamento ad libitum, disporrebbe in assoluto delle condizioni di vita di un essere umano. Libera la lavoratrice ed il lavoratore nel solo modo possibile, quello di condizionare, ridurre il potere del datore di lavoro”. E’, in altre parole, uno strumento essenziale per garantire una “esistenza libera e dignitosa” dentro e fuori i luoghi di lavoro, per affermare l’insopprimibile diritto all’autodeterminazione che abbiamo messo a fondamento del nostro essere movimento.

Per questo ci appelliamo alle altre associazioni del movimento GLBTQ perché prendano la parola insieme a noi, e desideriamo collegarci a tutte le realtà sociali che vorranno combattere l’impianto autoritario della riforma del lavoro.

Invitiamo a sottoscrivere l’appello e/o inviare contributi a segreteria@mauriceglbt.org
o sul blog https://mauricelgbtq.wordpress.com/
A Torino stiamo organizzando un incontro di in/formazione di cui comunicheremo a breve data e dettagli.
MAURICE GLBTQ – Torino


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ESCHIMESI IN VATICANO!

quest’anno il tema del Salone Internazionale del Libro è il Bene e il paese ospite è il Vaticano. Come Maurice, associazione gay, lesbica, bisessuale, transgender e queer  di Torino, ci chiediamo come la parola Bene si possa conciliare con le politiche del Vaticano. Questa scelta degli organizzatori del Salone poco si sposa con la parola Bene, inteso in ogni sua forma e sfaccettatura, in particolare riferito al diritto di affermarsi come persona nelle sue scelte personali e di poter accedere a una vasta e ampia cultura che i libri ci danno.
Sappiamo che la Chiesa cattolica sostiene che i sessi sono due, maschio e femmina, tutto il resto è aberrazione. La Chiesa stessa e i suoi seguaci più fondamentalisti fanno un gran parlare delle “teorie del gender” come del male peggiore dell’era moderna. Per questo, a parte ringraziarli per la gran pubblicità – per quanto distorta – che fanno agli studi di genere e queer, vorremmo sottolineare il nostro disappunto per la scelta del Salone di ospitare uno Stato che fino a non molto tempo fa bruciava i libri non graditi e nel quale l’accesso ad alcuni testi è ancora coperto da censura.
Siamo rorgoglios@ di presentare Esquimesi in Amazzonia, un piccolo volume che ospita un intenso dialogo dedicato alle persone transessuali e transgender.
Siamo orgoglios@ di presentare un volume che il Vaticano avrebbe senza dubbio infilato nell’Indice dei Libri Proibiti.
Di sicuro il rogo del Sant’Uffizio avrebbe santamente bruciato la Biblioteca di chi ha dato vita al progetto editoriale che lo ha partorito: quella del Maurice GLBTQ, piena di migliaia di libri che parlano di sessualità e liberazione, senza escludere, ad esempio, libri in cui la sessualità e gli affetti vengono studiati da una prospettiva religiosa.
Un discorso che riguarda tutt@, perché affermare che le persone trans non sono malate psichiatriche destabilizza il modello binario sesso/genere, omosessuale/eterosessuale, maschio/femmina e l’impianto normante che ne deriva.

E siamo orgoglios@ di farlo proprio nel contesto in cui il paese ospite è il Vaticano, campione di autoritarismo, censure e ipocrisia su questi e altri temi; il tema è il concetto di “bene”, e per aggiunta tragicomica la madrina è la scrittrice Susanna Tamaro che ha sottolineato “l’importanza delle scelte etiche nel relativismo nel quale viviamo”.

Dal canto nostro ripetiamo che saremo presenti sabato 10 maggio alle ore 12.00, Sala Arancione, con Esquimesi in Amazzonia, Mimesis edizioni.

Ancora una volta per difendere la dignità delle persone trans, troppo spesso calpestata da chi predica l’amore per il prossimo e l’astensione dal giudizio.


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Verona, 21 settembre 2013

Se pensate di aver sentito tutto in vita vostra…forse dovevate venire a Verona.
Il convegno organizzato da Famiglia domani e Medv ha toccato punte di indecenza inenarrabili. Qualcuno (e scusate se non ricordo il nome degli eminenti relatori) ha enunciato che quella del gender è una favola come Gli abiti dell’imperatore e che chi vuole cambiare genere crede alla magia. Tranne poi affermare la verità della transustanziazione (che io sapevo essere un atto di fede)…perciò il pane può diventare corpo di Cristo ma io non posso cambiare sesso.  Boh!
Ma questo è niente confrontato alla negazione dell’Evoluzionismo, al fatto che la differenza del cervello tra uomo e donna si evince da dove si lasciano i calzini, alla dichiarazione che i sessi sono 2 e gli intersex sono patologie dell’uno o dell’altro, alla violenza di chi ha dichiarato che è peggio il matrimonio gay di un barcone affondato a Lampedusa…
Ho sentito cose che voi umani non potreste immaginare….
E lo scandalo è che le istituzioni hanno avvallato una simile esposizione di menzogne trincerandosi dietro la scusa che in democrazia tutti devono avere parola. E no, belli, non tutti possono parlare! Chi fomenta l’odio, il disprezzo, l’ingiustizia, la discriminazione non ha diritto di parola, perchè le idee che generano odio non sono sterili, si portano dietro atti e conseguenze per le vite di ciascuno.
La cosa che mi consola è aver sentito il livello di quegli interventi, la impreparazione sul tema del gender e la sconcertante ignoranza di chi si èfermato al Medioevo e ragiona per sillogismi. Con questa gente non ci può essere dialogo, anche perchè si erano segnati tutti i nomi di chi non faceva parte della loro cerchia e, invece di farci entrare in un auditorium da 1000 posti, ci hanno messi nel loggione di fronte a un maxi schermo con cui non si poteva dialogare….e protestare.
Un’ altra cosa che mi ha consolato è stata che fuori da quelle mura c’era un sacco di gente indignata. Persone, sopratutto giovani, che testimoniavano che , nonostante gli integralismi, il mondo sta andando in un altra direzione. Ed è questo che fa loro cosi tanta paura. Voi non potete fermare il vento, gli fate perdere solo del tempo.
L’ondata frocia non si ferma e investirà anche questo paese, è solo questione di tempo. E noi vinceremo anche per il modo favoloso con cui conduciamo questa battaglia (anche se sarebbe una gran cosa cominciare a diminuire il numero di canzoni della Carrà alle manifestazioni…).
Un’altra grande soddisfazione è stata tornare a casa, col mio fidanzato e fargli un bel pompino, alla faccia di quegli ammuffiti/e professorini/e che in bocca prendono solo l’ostia (come no!) e immaginarli atterriti per non avere modo d’impedirlo.  Anche se condivido appieno la posizione di Foucault: noi spaventiamo per la società che stiamo creando non per le pratiche sessuali che facciamo. .. (quando riusciamo a farle!).


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Una storia di mixité: il Maurice.

Pubblichiamo la relazione di Antonio Soggia, storico, intervenuto alla presentazione della Breve storia del Circolo Maurice. O dell’opportunità della mixité.

La pubblicazione di una “Breve storia del Circolo Maurice”, nel numero monografico che Genesis – rivista della Società italiana delle storiche – ha dedicato a “culture della sessualità”, offre l’occasione per riflettere sull’esperienza più che ventennale di una realtà politica unica nel panorama del movimento GLBT italiano.

Il contributo di Roberta Padovano e Gigi Malaroda è importante non solo per l’oggetto di analisi e per la prestigiosa sede che lo ha accolto, ma anche per il rigoroso metodo di ricerca seguito: la ricchezza delle fonti documentali – che tra l’altro segnala il valore della presenza, all’interno del Maurice, di un Centro di documentazione – è positivamente integrata da dieci interviste orali di attiviste e attivisti del Circolo.

Eppure il compito che i due autori si sono assunti non era facile, sia per il notevole sforzo di sintesi imposto dalla rivista, sia soprattutto per le peculiarità della storia raccontata: una storia “in movimento”, in gran parte – si spera – ancora da scrivere, i cui protagonisti sono ancora attivamente impegnati nella vita politica del Circolo; una storia che, in definitiva, richiederà futuri ampliamenti e, forse, ripensamenti.

Nella mia breve relazione mi concentrerò sul concetto-base di “mixité” che, a partire dal titolo, innerva l’intero articolo e, più in generale, rappresenta il tratto caratterizzante della vicenda del Circolo Maurice. Lo farò a partire dalla definizione di mixité data nelle prime righe, come di uninsieme di pratiche ed elaborazioni teoriche basate sull’intreccio di diverse e autonome forme di soggettività che non si riconoscono nell’eterosessualità obbligatoria”. Più avanti si precisa che il suo significato è “la messa in discussione della logica dell’arroccamento identitario e la costruzione di una relazione politica tra le soggettività GLBTQ, capace di andare oltre la mera giustapposizione quantitativa”.

Spiegherò perché, a mio avviso, la mixité ha contribuito a definire il Maurice come uno spazio politico articolato in tre dimensioni, presenti in nuce fin dalla fondazione, ma che si sono sviluppate pienamente in momenti successivi. E quali sono le conseguenze di una simile articolazione.

La prima dimensione – prima in ordine di tempo e per importanza – fa del Maurice un luogo della visibilità di istanze identitarie come pratica politica. In particolare per le identità lesbica e trans, il Maurice ha rappresentato prima di tutto, come sottolinea l’articolo, “un luogo separato e protetto”, la sede per la ricerca di un “rafforzamento identitario”.

Da questo punto di vista, la mixité si rivela quindi una pratica della complessità e della diversità, non solo tra le soggettività presenti nel Circolo, ma anche al loro interno: emblematico è il caso dell’Altramartedì, che rappresenta uno “spazio di mixité intrinseca”, poiché integra, accanto alle lesbiche, le donne bisessuali e trans. D’altra parte, la mixité si afferma come pratica di relazione: le soggettività presenti nel Circolo interagiscono, nel rispetto dell’autonomia e della pari dignità di ciascuna.

La seconda dimensione è quella del Maurice come spazio di impegno comune, trasversale rispetto alle soggettività, per i diritti delle persone omosessuali e transessuali. Il “lavoro comune nella coesistenza delle differenze” porta, nel 1997, all’organizzazione del Gay Pride (allora si chiamava così), che rappresenta il “primo momento reale di mixité politica”. Seguiranno, nell’ambito del Coordinamento cittadino Gay Lesbiche e Trans, la campagna per il registro comunale delle convivenze e il confronto con l’amministrazione cittadina che porterà all’istituzione, nel 1999, del Servizio per il superamento delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere. Se da un lato lo sviluppo di questa seconda dimensione è in sé positivo e produce risultati concreti, dall’altro fa emergere presto una relazione complessa tra le singole istanze identitarie e il lavoro collettivo all’interno del Circolo, dato che la costruzione di una piattaforma comune impone un indebolimento identitario.

La terza dimensione dell’esperienza del Maurice è quella della pratica intersezionale: si può affermare che l’intersezionalità costituisce la frontiera più recente di quella pratica della complessità alla quale ho accennato sopra. Un momento essenziale, quasi fondativo, per questa sfera di attività è la partecipazione, nel 1998, alle proteste organizzate dalle femministe in occasione del Convegno nazionale del Movimento per la vita. Da allora la pratica intersezionale si è progressivamente allargata a questioni non direttamente connesse alle soggettività GLBT, in alleanza con altri movimenti sociali: ad esempio, la mobilitazione contro la guerra del Kosovo, nel 1999, e contro i Centri di permanenza temporanea per migranti (oggi Cie), a partire dal 2000.

Mi pare che la coesistenza delle tre dimensioni presentate sopra abbia una doppia valenza. Da un lato rappresenta una peculiarità e un elemento di forza per il Circolo, diventato negli anni, grazie alla sua natura poliedrica, una sorta di “terra di confine”, di “cerniera” tra le altre sigle del movimento GLBT e diversi movimenti radicali (marxisti, libertari, femministi e antirazzisti), con i quali è stato costruito un rapporto fecondo, più o meno intenso nei vari momenti (il grado di intensità è ben raffigurato dalla metafora della tela e della rete usata dagli autori); una relazione che, tra l’altro, è stata portata in dote al Comitato Torino Pride 2006, prima, e al Coordinamento Torino Pride, poi.

D’altra parte, la coesistenza di tre anime, e di tre forme dell’agire politico, rappresenta la fonte di un conflitto costitutivo, intrinseco, e di una dialettica inevitabile. E proprio in questa luce andrebbe osservato il dibattito che ha accompagnato la presentazione della piattaforma “Famolo Pride” in occasione del Torino Pride 2013.

Parlo di un conflitto costitutivo almeno per quattro ragioni. Prima di tutto, per la tensione sempre esistente tra uguaglianza e differenza, peraltro già conosciuta da altri movimenti di liberazione (si pensi al movimento delle donne, o a quello afroamericano negli Stati Uniti). In secondo luogo, perché la costruzione di una piattaforma comune sui diritti impone, sul piano della rivendicazione e soprattutto su quello della comunicazione, la definizione di una gerarchia di obiettivi, che porta con sé il rischio di ordinare gerarchicamente le soggettività e le istanze identitarie, e quindi di negare la relazione di pari dignità che rappresenta un presupposto della mixité e della prima dimensione. In terzo luogo, perché la pratica intersezionale implica la definizione di un’agenda molto ricca, che può comportare un effetto dispersivo, un movimento centrifugo in una pluralità di direzioni, potenzialmente in grado di ridurre l’efficacia dell’azione politica nelle prime due dimensioni presentate. Infine, perché il cammino è reso sempre più complesso, da un lato, dal moltiplicarsi delle istanze identitarie che rivendicano visibilità e riconoscimento (ben rappresentato dalle “nuove lettere” che sono state affiancate al nome del Circolo nel corso degli anni: B di bisessuali, T di trans, forse un giorno I di intersessuali), e dall’altro dall’affermarsi delle posizioni di chi rifiuta tout court la chiusura identitaria, vissuta come una prigione (la “lettera Q” di queer); le rivendicazioni normative, infatti, comportano necessariamente una politica identitaria.

Un conflitto, per quanto costitutivo e inevitabile, non è necessariamente distruttivo. Saperlo comprendere nella sua complessità non aiuta soltanto l’analisi storica, ma consente alla pratica politica di coglierne le potenzialità e di prevenirne, almeno in parte, i rischi. Solo così la mixité potrà continuare ad essere un’opportunità, a generare una dinamica di moltiplicazione e di trasformazione.

Antonio Soggia, Circolo Maurice, 27 giugno 2013

(http://www.societadellestoriche.it/index.php/it/genesis/indice-dei-numeri/369-2012-xi1-2-culture-della-sessualita)


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Lia Viola, Al di là del genere. Modellare i corpi nel Sud Africa urbano.

giovedì 20 giugno 2013
ore 20.30
Maurice glbtq
Via Stampatori, 10
Torino

presentazione del testo di Lia Viola
Al di là del genere. Modellare i corpi nel Sud Africa urbano
intervene l’autrice, modera Cristian Lo Iacono

lavoro vincitore del premio studi Maurice 2011

www.mauriceglbt.org/drupal/node/1347

Si tratta di un percorso di ricerca e di approfondimento tra gli esclusi del sistema dicotomico di genere. Transessuali ed intersessuati pongono in crisi la dicotomia in modi opposti e, per certi versi, complementari. In entrambi c’è la centralità del corpo, ma esso è rifiutato e desideroso di modifiche nel caso dei transessuali, e amato e bisognoso di protezione per gli intersessuati.

Il panorama che fa da sfondo a questo lavoro è quello del Sud Africa urbano, delle sue metropoli cosmopolite, del suo passato complesso e della sua voglia di riscatto. A meno di vent’anni dalla fine del governo apartheid il Sud Africa è uno dei pochissimi paesi del mondo che nella propria costituzione tuteli esplicitamente la popolazione LGBTI. Eppure la realtà sociale è molto complessa e l’omofobia è a livelli altissimi. Le donne lesbiche sono spesso vittime del così detto “stupro correttivo”, una pratica diffusa per cui un uomo eterosessuale si arroga il diritto di stuprare una donna così da insegnarle qual è la sua “vera” sessualità, il suo ruolo sociale. La violenza fisica e psicologica verso transessuali ed omosessuali è a livelli assolutamente drammatici e il complesso sistema legislativo di protezione dei diritti umani non riesce a divenire realtà sociale. In questo complesso contesto fatto sia di violenza a cielo aperto che di lotta per i diritti LGBTI, le vite dei transessuali e degli intersessuali divengono strumento di analisi della società, delle categorie di genere e del sistema bio-medico che patologizza la diversità perpetuando il sistema etero-normativo.

Il libro si alimenta delle prospettive teoriche e metodologiche proprie dell’antropologia culturale e dei gender studies e si propone di affrontare il viaggio intellettuale che, partendo dal Sud Africa, sappia tornare in Occidente a mettere in discussione le nostre certezze.

In equilibrio su un filo sottile i corpi ibridi sudafricani divengono specchio per osservare noi stessi.

Lia Viola è nata a Palermo nel 1985. Ha studiato antropologia culturale ed etnologia a Torino dove attualmente svolge un dottorato di ricerca con un progetto di tesi sull’omofobia in Kenya.


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LA POLEMICA FANTASMA di Repubblica sul Family Pride

Apprendiamo oggi da Repubblica che il “movimento gay” torinese sarebbe diviso sul Pride….

Innanzitutto il “mondo gay torinese” è un po’ più complesso: è composto sì da gay, ma anche da lesbiche, bisessuali, transessuali e transgender. E forse proprio da questa complessità nasce il bisogno di guardare la realtà da differenti prospettive, senza che queste debbano entrare in contrasto.
Se avessimo aperto una rivista di fantascienza forse questa affermazione di Repubblica sarebbe stata giustificata, ma qui parliamo di cronaca, dell’esigenza di leggere fatti che rispecchino la realtà…e invece le notizie vengono manipolate al punto che associazioni, che durante l’anno lavorano fianco a fianco per la creazione del Pride, vengono messe in contrapposizione su questioni come il diritto al matrimonio o a costruire una famiglia.
A che scopo creare questo tipo di polemiche?
Infine dobbiamo smentire l’articolo anche sul posizionamento dei carri: lo spezzone Famolo Pride sarà in apertura subito dopo il carro del Coordinamento Torino Pride e il trenino delle famiglie, perché non si tratta di “contestatori” come scritto, ma di un arricchimento per la manifestazione, un punto di vista diverso e non alternativo. Succede anche questo all’interno del Pride, che idee diverse possano coesistere e portare a risultati eccellenti come sarà quello di sabato. Se la sinistra italiana avesse un millesimo di questo spirito forse non saremmo in questa situazione, forse in Italia le famiglie omogenitoriali avrebbero già diritto di cittadinanza.
Christian Ballarin

Presidente del Maurice GLBTQ

Torino, 5/6/2013da Repubblica, 5/6/2013. di Vera Schiavazzi
UN PRIDE in versione riveduta e corretta, che evade dai recinti del centro e si “auto-contesta”, con uno spezzone critico all’interno del corteo. E’ il Family Pride, la manifestazione dell’orgoglio LGBT che sabato 8 giugno partirà da piazza Statuto diretta in piazza Castello alle 16. Il tema è, appunto, quello della famiglia: dopo un’edizione 2012 dedicata al diritto alle nozze, quest’anno l’elenco si è allungato e include adozioni, fecondazione assistita, genitorialità in genere. Ma è proprio questa identificazione con la coppia e la famiglia a far storcere il naso a una parte del movimento:
“Nella nostra storia abbiamo espresso anche altri contenuti affettivi, erotici e sentimentali che non si esauriscono nel matrimonio e nella coppia”, spiega Maurizio Nicolazzo, attivista di Maurice, tra i promotori della piattaforma ‘alternativa’ che si chiama ‘Famolo Pride’. Il clima della vigilia, tuttavia, non è guastato dalle polemiche. “Abbiamo scelto San Donato, quartiere bello, popolare e vissuto da persone di provenienze geografiche e culturali varie,
perché siamo da sempre interessati anche ad una contaminazione tra le culture, quella glbtq compresa, e a favorire l’avvicinamento, la partecipazione il confronto con le persone, meglio se ancora poco coinvolte dal Pride”, spiega Donata Prosio, coordinatrice del Torino Pride. Che aggiunge: “Ogni anno scegliamo di concentrarci su un tema, che diventa il focus della manifestazione. Quest’anno è il Family Pride, che pone al centro la valorizzazione
e il rispetto e la richiesta del riconoscimento dell’eguaglianza di diritti per le molteplici forme che le persone scelgono per scambiarsi amore, affetto, sessualità, condivisione, sostegno”. Una scelta che è piaciuta a molti, e che ha portato per esempio le donne del Pd a aderire all’iniziativa, e le circoscrizioni 4 e 1 (ieri a rappresentarle c’erano Claudio Cerrato e Malvina Brandajs) a impegnarsi per rendere possibile il corteo.
E c’è anche il patrocinio di Comune e Provincia. Dalle 20,30, seguirà una grande festa allo Sporting Dora in Corso Umbria 83, il ricavato andrà a finanziare il Pride (torinopride.it). E venerdì, all’ex birrificio Metzger (via San Donato 68) si inaugura la mostra fotografica “Le famiglie” a cura dell’associazione Istantanee Sociali e del Coordinamento Torino Pride GLBT, seguita da un dibattito con Chiara Saraceno, Carla Quaglino e Isabella Palici Di Suni. Saranno le associazioni che si occupano di famiglia e genitori GLBT, come l’Agedo, ad aprire la parata con i suoi 13 carri, mentre i “contestatori” saranno in fondo.
Da San Donato a piazza Castello: il Pride, la sfilata che celebra l’orgoglio lesbico, gay, bisessuale, transgender, si svolgerà sabato pomeriggio lungo corso San Martino, Porta Susa, le vie Cernaia, Pietro Micca fino in Piazza Castello. A seguire, la festa di autofinanziamento, allo Sporting Dora. E sarà un Family Pride, dedicato ai diritti delle famiglie, non importa come siano composte, aperto dal trenino delle associazioni Agedo, Rete Genitori Rainbow, Famiglie Arcobaleno. Dietro, i 18 carri delle associazioni, dei sindacati, dei locali. La manifestazione, presentata ieri da Donata Prosio, portavoce del Coordinamento Torino Pride lgbt, cambia il tradizionale percorso. «Partiremo da via San Donato angolo piazza Statuto per cercare in un quartiere abitato da tante culture la partecipazione della gente di solito meno coinvolta». Le circoscrizioni 4 e 1 hanno dato il patrocinio con Comune e Provincia.
Per simbolo una F (quella di ‘Famolo’) che ricorda graficamente il segno aritmetico per “diverso”: “Non tutto – insiste Nicolazzo – si risolve con i modelli della coppia o dei due genitori con il loro bambino. E’ questo l’obiettivo del movimento? E il rischio non è che chi non segue lo schema si ritrovi discriminato, un po’ come un tempo avveniva alle ragazze che non avevano le nozze come unico obiettivo?”. Il dibattito è aperto


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Appello FAMoLo PRIDE

FAMoLo PRIDE

sessualità e famiglie come meglio crediamo!!

“Essere legittimati/e dallo Stato significa entrare a far parte dei termini della legittimazione offerta e scoprire che la percezione di sé in quanto persona, pubblica e riconoscibile, dipende essenzialmente dal lessico di tale legittimazione”.
”Interrogarsi su chi desidera lo Stato, chi può desiderare ciò che lo Stato desidera e perché”
Judith Butler

Il Torino Pride del 2013, che si svolgerà sabato 8 giugno, ha come focus il tema delle famiglie: www.torinopride.it/index.php/documento-politico
Ma cos’è realmente una famiglia?
Se osservata nel tempo e nello spazio, chi la studia ci dice quanto sia difficile darne una definizione precisa: più semplice appare certamente l’analisi di come si faccia famiglia, piuttosto di quella sul cosa essa sia. A fronte di alcune caratteristiche più o meno indispensabili (solidarietà, aiuto reciproco, sodalizio economico, affetto, (non sempre) sesso, ecc.), le declinazioni appaiono molto varie: storicamente, geograficamente, culturalmente e socialmente definite.

Il movimento “gay” negli anni ’70 si rivelava quanto meno avverso alla famiglia, se non il suo ideale distruttore; oggi quello lgbttqi chiede forse un po’ troppo insistentemente di partecipare ad una visione specifica e normativa della stessa, “omologata” e “omologante”? La richiesta è forse quella  di entrare a far parte di quei “privilegi” che una determinata forma affettivo/relazione ben definita (che parte dal duale, dalla coppia adulta), permette di raggiungere, rispetto alle altre?

L’insistenza della richiesta è certamente comprensibile alla luce di alcuni effetti pratici non facilmente negabili e tanto meno banalizzabili- spesso legati alla vita quotidiana- che un tale riconoscimento permetterebbe di raggiungere, ben espressi nel documento politico del Torino Pride 2013 e un po’ in tutte le piattaforme del movimento lgbttqi degli ultimi anni: riconoscimento bimbi/e per @ genitor@ non biologico, possibilità di adozioni, questioni ereditarie, diritto alla cura e vicinanza al/la partner, ecc.

Inoltre, come sostiene Anthony Giddens in merito all’analisi delle “relazione pura”, pensiamo che le coppie/famiglie non eterosessuali siano spesso portatrici i aspetti innovativi e di “democratizzazione” rispetto alla classica concezione patriarcale, ipocrita, illiberale e repressiva della famiglia d’ispirazione borghese: rispetto alla strutturazione dei ruoli in generale e di genere in particolare, del “riconoscimento” reciproco dei/lle componenti il nucleo, degli aspetti (auto)riflessivi, della comunicazione interna, della contrattazione (continua), della gratificazione relazionale, dell’educazione della prole, ecc.

E proprio a proposito di prole, segnaliamo come spesso l’opposizione “da destra” al matrimonio nasconda fobie legate alla filiazione e alle adozioni: preoccupazioni economiche legate al controllo della trasmissione dei patrimoni per via ereditaria, paura di mettere i discussione modelli di riproduzione ed educazione della “specie”, funzionali al mantenimento di prestabiliti ruoli di genere, ma anche della purezza di una “razza” e di una cultura.

Ma, pur in presenza di aspetti positivi inerenti il riconoscimento delle famiglie lgbttqi, restano certamente alcuni dubbi:

– l’inclusione lgbttqi nell’istituzione del matrimonio traccia immediatamente una linea di esclusione di tutt@ coloro, lgbttqi e non, che invece non vogliono sposarsi, e di quelle pratiche sessuali che non vogliono farsi istituzionalizzare: cosa comporta questo per la comunità de@ non coniugat@, de@ single, dei divorziat@, di coloro che non sono interessat@ al matrimonio, di coloro che non sono monogam@? Che riduzione subirà la leggibilità della sfera sessuale una volta che il matrimonio venga considerato la norma?

– quanto c’è di “conservatore” nell’accettare che certe garanzie di welfare passino solo attraverso il matrimonio?

In periodi di crisi e in assenza di politiche di welfare ad ampio raggio, infatti, la “famiglia” diviene l’ancora di salvezza e il sostituto delle mancanze “istituzionali”, della sottrazione di risorse economiche alle politiche di “solidarietà sociale”, su cui lo Stato fa strumentalmente appoggio. E, parallelamente, tali momenti difficili accrescono il bisogno di riconoscimento di ciò che non viene considerato famiglia, per “spartirsi” quel poco che rimane dei privilegi economici spettanti alle famiglie “normate”.

A noi interessa porre invece l’accento su un concetto allargato e non normativo di famiglia: pensiamo siano le relazioni umane ad ampio raggio a crearle (e non quelle più o meno definibili “di sangue”). Sottolineiamo l’importanza delle varie modalità che le persone si costruiscono per “stare in famiglia/e” (amicizie ed altre reti di relazione, ad esempio) e delle diverse forme di solidarietà che esulano dal concetto normativo di famiglia, e vorremmo valorizzare l’aspetto “familiare” che la modalità di “comunità”, in specie lgbttqi, in qualche modo sottende.

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Famolo insieme, famolo strano, famolo pride!