Maurice lgbtq

Appello FAMoLo PRIDE

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FAMoLo PRIDE

sessualità e famiglie come meglio crediamo!!

“Essere legittimati/e dallo Stato significa entrare a far parte dei termini della legittimazione offerta e scoprire che la percezione di sé in quanto persona, pubblica e riconoscibile, dipende essenzialmente dal lessico di tale legittimazione”.
”Interrogarsi su chi desidera lo Stato, chi può desiderare ciò che lo Stato desidera e perché”
Judith Butler

Il Torino Pride del 2013, che si svolgerà sabato 8 giugno, ha come focus il tema delle famiglie: www.torinopride.it/index.php/documento-politico
Ma cos’è realmente una famiglia?
Se osservata nel tempo e nello spazio, chi la studia ci dice quanto sia difficile darne una definizione precisa: più semplice appare certamente l’analisi di come si faccia famiglia, piuttosto di quella sul cosa essa sia. A fronte di alcune caratteristiche più o meno indispensabili (solidarietà, aiuto reciproco, sodalizio economico, affetto, (non sempre) sesso, ecc.), le declinazioni appaiono molto varie: storicamente, geograficamente, culturalmente e socialmente definite.

Il movimento “gay” negli anni ’70 si rivelava quanto meno avverso alla famiglia, se non il suo ideale distruttore; oggi quello lgbttqi chiede forse un po’ troppo insistentemente di partecipare ad una visione specifica e normativa della stessa, “omologata” e “omologante”? La richiesta è forse quella  di entrare a far parte di quei “privilegi” che una determinata forma affettivo/relazione ben definita (che parte dal duale, dalla coppia adulta), permette di raggiungere, rispetto alle altre?

L’insistenza della richiesta è certamente comprensibile alla luce di alcuni effetti pratici non facilmente negabili e tanto meno banalizzabili- spesso legati alla vita quotidiana- che un tale riconoscimento permetterebbe di raggiungere, ben espressi nel documento politico del Torino Pride 2013 e un po’ in tutte le piattaforme del movimento lgbttqi degli ultimi anni: riconoscimento bimbi/e per @ genitor@ non biologico, possibilità di adozioni, questioni ereditarie, diritto alla cura e vicinanza al/la partner, ecc.

Inoltre, come sostiene Anthony Giddens in merito all’analisi delle “relazione pura”, pensiamo che le coppie/famiglie non eterosessuali siano spesso portatrici i aspetti innovativi e di “democratizzazione” rispetto alla classica concezione patriarcale, ipocrita, illiberale e repressiva della famiglia d’ispirazione borghese: rispetto alla strutturazione dei ruoli in generale e di genere in particolare, del “riconoscimento” reciproco dei/lle componenti il nucleo, degli aspetti (auto)riflessivi, della comunicazione interna, della contrattazione (continua), della gratificazione relazionale, dell’educazione della prole, ecc.

E proprio a proposito di prole, segnaliamo come spesso l’opposizione “da destra” al matrimonio nasconda fobie legate alla filiazione e alle adozioni: preoccupazioni economiche legate al controllo della trasmissione dei patrimoni per via ereditaria, paura di mettere i discussione modelli di riproduzione ed educazione della “specie”, funzionali al mantenimento di prestabiliti ruoli di genere, ma anche della purezza di una “razza” e di una cultura.

Ma, pur in presenza di aspetti positivi inerenti il riconoscimento delle famiglie lgbttqi, restano certamente alcuni dubbi:

– l’inclusione lgbttqi nell’istituzione del matrimonio traccia immediatamente una linea di esclusione di tutt@ coloro, lgbttqi e non, che invece non vogliono sposarsi, e di quelle pratiche sessuali che non vogliono farsi istituzionalizzare: cosa comporta questo per la comunità de@ non coniugat@, de@ single, dei divorziat@, di coloro che non sono interessat@ al matrimonio, di coloro che non sono monogam@? Che riduzione subirà la leggibilità della sfera sessuale una volta che il matrimonio venga considerato la norma?

– quanto c’è di “conservatore” nell’accettare che certe garanzie di welfare passino solo attraverso il matrimonio?

In periodi di crisi e in assenza di politiche di welfare ad ampio raggio, infatti, la “famiglia” diviene l’ancora di salvezza e il sostituto delle mancanze “istituzionali”, della sottrazione di risorse economiche alle politiche di “solidarietà sociale”, su cui lo Stato fa strumentalmente appoggio. E, parallelamente, tali momenti difficili accrescono il bisogno di riconoscimento di ciò che non viene considerato famiglia, per “spartirsi” quel poco che rimane dei privilegi economici spettanti alle famiglie “normate”.

A noi interessa porre invece l’accento su un concetto allargato e non normativo di famiglia: pensiamo siano le relazioni umane ad ampio raggio a crearle (e non quelle più o meno definibili “di sangue”). Sottolineiamo l’importanza delle varie modalità che le persone si costruiscono per “stare in famiglia/e” (amicizie ed altre reti di relazione, ad esempio) e delle diverse forme di solidarietà che esulano dal concetto normativo di famiglia, e vorremmo valorizzare l’aspetto “familiare” che la modalità di “comunità”, in specie lgbttqi, in qualche modo sottende.

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Unisciti alla nostra “comunità familiare” de@ “senza famiglia”

Famolo insieme, famolo strano, famolo pride!

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9 thoughts on “Appello FAMoLo PRIDE

  1. Raccolgo l’invito di Roberta e posto qui il testo della mail che ho mandato al gruppo torinopride. Mi sembra una cosa buona che del dibattito “resti” una traccia! Grazie ancora per l’occasione di confronto.

    Carissime/i,

    Purtroppo non potrò partecipare al dibattito che avete organizzato per mercoledì prossimo. Mi sarebbe piaciuto molto esserci, perchè sollevate temi di grande importanza per il movimento e per la vita di tutte e tutti noi.

    Scrivo solo poche righe per dire, in breve, come la penso.
    In generale, non sono d’accordo con l’impostazione del vostro documento, che pure contiene spunti condivisibili. Non credo affatto che rivendicare l’estensione del diritto al matrimonio e all’adozione rappresenti necessariamente una domanda di omologazione al modello dominante di famiglia, né tanto meno che ottenere questo diritto porti inevitabilmente al risultato paventato. Penso, al contrario, che sia possibile portare nell’istituzione matrimoniale il nostro vissuto, la nostra elaborazione culturale, le nostre identità, e anzi favorire quell’effetto di “democratizzazione” delle relazioni familiari di cui parlate nel vostro documento.
    Ciò detto, da laici e da libertari, chi siamo per vietare a chi lo volesse di abbracciare una visione “omologata e omologante” di famiglia? Vogliamo combattere lo Stato etico per sostituirlo con un “movimento etico”?
    L’uguaglianza dei diritti non omologa: mette tutte e tutti nella condizione di scegliere, offre a ciascuno/a la possibilità di essere ciò che è e di fare ciò che vuole. Chi rifiuta il matrimonio e la famiglia, chi non intende “farsi istituzionalizzare”, sarà libero/a di farlo anche quando la possibilità del matrimonio sarà estesa alle coppie gay e lesbiche, no?
    Ovviamente, perché il matrimonio sia una scelta, e non una costrizione, occorre pensare a forme diverse di riconoscimento e tutela, come le unioni civili. Perchè non sia una gabbia, occorre riformare l’intero diritto di famiglia, a cominciare dalla riduzione dei tempi del divorzio. E poi occorre ripensare il welfare, ponendo al centro la persona, non le famiglie, per tutelare chi una famiglia non ce l’ha, perchè non l’ha mai avuta o perchè non la vuole avere.

    Sostengo la battaglia per il matrimonio perché penso fortemente che la negazione di un diritto fondamentale, la violazione del principio di uguaglianza, comporti sempre una mutilazione inaccettabile della dignità sociale (come ci ricorda l’articolo 3 della nostra Costituzione, che lega in maniera indissolubile parità giuridica e dignità sociale). E questa mutilazione sì, che si riverbera su tutti noi – single o in coppia, monogami o poligami, desiderosi di sposarci o disinteressati a questa possibilità – perchè intacca la nostra condizione individuale agli occhi della società. La disuguaglianza è al tempo stesso il prodotto dell’omofobia e l’origine di nuova omofobia.
    Questa mi sembra la ferita più grande da sanare, che ci colpisce sul piano simbolico, prima ancora che su quello materiale dei benefici (o privilegi) negati. Insomma, io non vedrei la battaglia per il matrimonio come una lotta per l’accaparramento di risorse scarse, per entrare nel club dei privilegiati, come lasciate intendere voi.

    Per finire, non credo che il movimento italiano abbia chiesto pari diritti “un po’ troppo insistentemente”. Al contrario, credo che sia arrivato a questa richiesta troppo tardi, frammentato e poco preparato. E forse proprio qui sta una parte del problema, del tragico ritardo nel quale ci dibattiamo.

    So che una mail non può sostituire neanche minimamente la ricchezza di un confronto reale, ma spero di aver contribuito in modo utile al vostro dibattito.

    Un abbraccio,
    Antonio Soggia

  2. Caro Antonio, car@ tutt@,
    grazie per il contributo e peccato non poterne discutere di persona.

    Penso che il Coordinamento, con tutte le sue anime e dopo tanti anni, sia sufficientemente “rodato” da sostenere una discussione pubblica sui diversi modi di vivere la famiglia, l’affettività, la sessualità, senza rischiare di mancare nel riconoscimento reciproco delle proprie differenze interne.

    Mi meraviglia che nel documento “Famolo Pride” sia stata letta un’intenzione di ” vietare a chi lo volesse di abbracciare una visione “omologata e omologante” di famiglia”. Per quanto mi riguarda spero di riuscire a rimanere sempre vigile per evitare che il movimento lgbt diventi una “comunità terribile” o un “movimento etico”.

    Nel documento “Famolo Pride” non si nega il valore della scelta di costruire una famiglia basata sul matrimonio, anzi si sostiene l’ importanza degli effetti del matrimonio gay e lesbico: riconoscimento bimbi/e per @ genitor@ non biologico, possibilità di adozioni, questioni ereditarie, diritto alla cura e vicinanza al/la partner, ecc.

    Concordo con te sul fatto che l’assenza di qualsiasi diritto per le unioni gay e lesbiche rispecchi la negazione del valore simbolico e del riconoscimento sociale delle unioni gay e lesbiche, e che sul piano simbolico l’ottenimento del diritto a sposarsi possa essere un passaggio di cui possiamo beneficiare tutt@ noi “fuori della norma”, indipendentemente dalle scelte di vita di ognun@.

    Mi chiedo e vi chiedo però: tra la coppia e l’individuo non esistono altre forme di relazione, vita comune, condivisione, sostegno, piacere che valga la pena di valorizzare?
    La giusta attenzione al welfare deve prevedere solo la coppia e (speriamo anche) il singolo?
    La penuria di risorse economiche e la miseria politica devono portarci a rinunciare alla ricchezza delle nostre vite?

    Non possiamo trovare un modo per riconoscere pubblicamente il patrimonio di sperimentazioni, saperi, esperienze e teoria prodotto dai movimenti lgbt, anche quando parliamo di riconoscimento del matrimonio omosessuale?

    Per me il testo “Famolo Pride”, che sostengo, non ha lo scopo di polemizzare contro chi sostiene il matrimonio gl ma di valorizzare pubblicamente tutte le forme “altre” di relazione di sostegno, affetto, sessualità, anche e oltre il singolo e il duale.

    Un abbraccio, Patrizia Ottone

  3. Care e cari

    personalmente non sono in grado di rispondere alla questioni poste da Judit Butler: “”Interrogarsi su chi desidera lo Stato, chi può desiderare ciò che lo Stato desidera e perché”

    ma sono in grado di riconoscere dei bisogni oggettivi frutto del vivere in una realtà complessa come la nostra.

    Ringrazio il Circolo Maurice per aver sollevato la questione. Era ed è necessario.

    Credo però sia necessario farlo senza pre-giudizio.

    Credo che tutte le donne e gli uomini presenti almeno in questa lista con età adeguata abbiano fatto battaglie per superare il patriarcato e l’esempio oppressivo della famiglia che ne è conseguita.

    È trascorso molto tempo da allora e la realtà è divenuta ancora più complessa.

    Ad esempio, sempre negli anni di quelle battaglie, non avrei mai pensato di desiderare di volermi sposare. Oggi rivendico fortemente la battaglia che stiamo facendo, chi più chi meno, per ottenere il matrimonio ugualitario. È proprio qui mi si incarna la contraddizione, si interroga in me costantemente, proprio perché vengo da quella storia, perché ho ringraziato i movimenti degli anni ’70 che mi hanno svelato i meccanismi, dirottata fuori dai binari convenzionali.

    Eppure, oggi non sento meno rivoluzionaria la battaglia di una madre lesbica per ottenere diritti per i suoi bambini e la sua compagna, piuttosto che quella di una coppia di uomini o donne omosessuali che vogliono sposarsi. È talmente rivoluzionaria che dal PACS del 2001 ma già prima, nessun governo ha avuto il coraggio di non ostacolare questa richiesta in quanto ciò che si temeva e teme, da tutti i fronti, era ed E’ il “disgregarsi della famiglia tradizionale”.

    E questo è un fatto.

    L’altro fatto importante è che per qualche motivo, la battaglia in cui credo fermamente, del portare i diritti in testa alla singola persona, all’individuo piuttosto che alla coppia, alla famiglia, non ce la fa.

    È una minoranza nel movimento, e come tale risuona strana, quasi isolata, giustamente rivendicativa come è rivendicativo colui o colei che non viene ascoltat*.

    Voglio dire mi sembra che stiano parlando qui due differenze, molto forti, che necessitano a mio parere l’un* dell’altr*.

    Per questo motivo ho avuto un fremito di stizza quando ho letto il titolo del Pride di quest’anno e allo stesso modo quando ho letto la lettera del Maurice: mi sembrava che tutte e due avessero diritto d’essere ma ognuna mancava dell’altra.

    Mi ricordo quando si facevano le riunioni e le lesbiche o * trans dovevano alzare la mano e dire ehm…aggiungete la “L” , la T…

    Qui mi sembra che un Family Pride abbia escluso in qualche modo chi non condivide il concetto di famiglia, seppur alternativa a quella convenzionale, e viceversa, un po’ la solita storia, anche a noi discriminati capita di esser discriminanti, questo perché a mio avviso facciamo fatica ad essere inclusivi quando ognun* di noi è centrato sulla “propria” battaglia…

    Io ad esempio, ancora oggi ritengo che prima della battaglia per il matrimonio ugualitario, o almeno di pari passo, con la stessa determinazione, era/è fondamentale fare, tutt* insieme quella per ottenere i documenti per le persone transessuali/transgender, per chiedere per loro il pagamento dei danni per esser stat* perseguitat*, incarcerat*, per fare politiche del lavoro inclusive…

    Si, vi prego,che il prossimo non sia un Pride trans…preferirei un PRIDE INCLUSIVE, che ci comprenda tutt* con forza, con determinazione

    Possibile che con la creatività che abbiamo non riusciamo ad includerci senza sparire?

    Perché una cosa è certa: qui, in questo tempo, in questa complessità, abbiamo bisogno di esistere con tutte le nostre differenze e abbiamo bisogno che queste vengano riconosciute dalla società in cui viviamo per poter vivere una umana qualità della vita.

    Perché, ditemi, se domani uscisse una legge che dice che i diritti sono in testa ai singoli e alle singole, e che quest* possono scegliere la vita che vogliono, singol* in coppia, in tre, in nuclei allargati e tutt* quest* verranno salvaguardati dal diritto, non sarebbe un riconoscimento dello Stato? E cosa accadrebbe dopo? saremmo finalmente tutti omologati? O forse liber* di scegliere?

    Io credo che stiamo costruendo pezzi di libertà, piccoli grandi pezzi di libertà e giustamente dobbiamo rimanere vigili per esser cert* sempre che i pezzi ci siano tutt*

    Vi abbraccio

    Antonella D’Annibale
    Ps. con mio grande dispiacere non potrò esserci stasera. Sarebbe bello poter sentire il dibattito, potrebbe esser possibile filmarlo o audio registrarlo?

  4. A me piacerebbe che l’accesso dei gay e delle lesbiche all’istituto del matrimonio potesse contribuire, come dice Antonio, a renderlo più democratico. Probabilmente la famiglia omoparentale lo è già, nei fatti, non foss’altro perché, a differenza di molte famiglie etero si presume sia più aperta alla libera formazione dell’identità del figlio o della figlia.
    Ma siamo certi che democratizzerà anche dal punto di vista giuridico l’istituto famigliare?
    Perdonatemi se non seguo da vicino il discorso delle famiglie arcobaleno, ma mi piacerebbe sapere se hanno una posizione e quale, rispetto al tema – generale e, per me, fondamentale – del diritto dei genitori SUI figli: ad esempio, scegliere a quali scuole mandarli, se vaccinarli o non vaccinarli, se allevarli su vegan, vegetariano, carnivoro, ecc.. (cose pratiche di questo tipo).
    A me piace l’idea che il bambino o la bambina siano cittadini, parte di una comunità che si prende cura di loro, e che sia capace di negoziare con i genitori, e al limite di far prevalere il diritto del bambino e della comunità, su quello dei genitori stessi.
    Questo è un tema squisitamente “democratico” (Platone ci andava molto più pesante).
    Mi chiedo se faccia parte della nostra agenda.
    E se non è così spero che entri a farne parte subito dopo il riconoscimento del diritto al matrimonio egualitario.

    Per quanto riguarda l’appello Famolo Pride: A me non preoccupa il tema dell’omologazione: ognuno è libero di omologarsi come vuole (chi non lo è, almeno in parte?). Mi pare invece che il tema dei privilegi non sia una sciocchezza.
    Non nascondiamoci che il matrimonio produce effetti di “status” (oltre che privilegi giuridici ed economici) e che purtroppo il meccanismo dello “status” produce nuove gerarchie tra le persone LGBTQ. C’è una parte del movimento LGBTQ che è preoccupata che questi effetti di “status” danneggino i più deboli, o semplicemente chi vuole fare una sciocchezza diversa, quella di non sposarsi.
    Nessuno scandalo, o forse, lo scandalo sta nel volerlo dimenticare.

    Cristian Lo Iacono

    • ciao Cristian *L*

      interessanti le cose che dici, peccato che l’assenza di matrimonio e l’impossibilità da parte nostra di adottare i nostri figli produce una “gerarchia” che “danneggia proprio i più deboli”,
      cioé loro.

      Forse si dovrebbe pensare a nuovi diritti e nuovi modi per non danneggiare chi non vuole sposarsi;
      ma questo non ha nulla a che vedere con la richiesta di estendere un diritto che già c’é (e che a noi
      è negato perché omosessuali) a tutti.

      A presto

      Silvia

    • Ciao, ho molto apprezzato quanto scritto da entrambi e condivido il dispiacere di non poterne parlare di persona.
      Alla risposta di Patrizia ho poco da aggiungere. Credo che si debba valorizzare l’individuo prima che la coppia, che ci sia veramente una ricchezza di pensiero e di vita da condividere, che oggi le persone stanno sperimentando, cercando. Pur appoggiando e rispettando l’importanza del riconoscimento del
      matrimonio lg, per le ragioni elencate da entrambi, credo che si debba e si possa allargare lo sguardo, rispettando la libertà di tutt@.
      Mi spaventa terribilmente la visione di un movimento “etico”.
      Il documento “Famolo Pride”, che anch’io appoggio mi sembra essere un tentativo per andare in questa direzione di apertura, per rimettere al centro “il patrimonio di sperimentazioni, saperi, esperienze e teoria prodotto dai movimenti lgbt”

      un abbraccio e a presto.
      Stefania

  5. ciao Christian e ciao Maurizio,

    prima di tutto grazie per la bella opportunità di riflessione; purtroppo
    questa sera non riuscirò a venire all’incontro e mi dispiace perché
    confrontarsi
    dal vivo è sempre meglio.

    Mi dispiace che “non vi sentiate rappresentati da questo pride”. Forse
    in modo un po’ naive e (probabilmente) autoreferenziale
    ho pensato che un Family Pride, oggi, rappresentasse il punto di arrivo
    (non finale) di un intero movimento …come quando le donne si raccolsero
    attorno alla richiesta di voto…..si trattava di uno tra i tanti diritti
    ma era
    un diritto in grado di catalizzare e contenere tante diverse istanze.
    E non è certo stato il punto finale della rivoluzione femminista!

    Cos’ oggi la nostra richiesta, volontà di vedere le nostre famiglie
    riconosciute
    dallo stato (non solo quelle con i figli, anzi!) credo possa essere visto
    come il raggiungimento di una piena maturità da parte di ciascuno
    di noi e del movimento tutto.
    Il che non equivale a voler necessariamente fare famiglia, anzi!
    Equivale però a sentire dentro in modo netto il valore dei nostri nuclei
    affettivi, e pretendere che
    siano considerati al pari di quelli di chiunque altro, tutelati e
    valorizzati.
    Non ci basta più sentire dire: non ho nulla contro i gay.
    Vogliamo essere cittadini come tutti gli altri.

    Chiedere pari dignità nel matrimonio (un matrimonio ben diverso da quella
    istituzione
    conto la quale in quanto donne abbiamo lottato) equivale a riconoscersi piena
    cittadinanza e appartenenza al genere umano.
    E’ anche un riconoscere valore ad un istituto Statale, il matrimonio appunto,
    che però, una volta che ci avrà accolti, non sarà più lo stesso
    (ed è già molto cambiato grazie alle battaglie delle donne!).

    Forse è nuovamente una visione autoreferenziale (e se fosse così me ne scuso
    profondamente) ma il fatto che il Pride
    sarà aperto da dei bambini è una cosa bellissima: sono figli di tutto il
    movimento,
    di ciascuno di noi … perché tutti insieme, dalle separatiste più dure
    alle ballerine più
    scosciate, ciascuno a suo modo, abbiamo contribuito a cambiare prima di tutto
    la nostra visione di noi stessi e poi il resto del mondo.

    Non è il fatto di fare famiglia a fare la differenza
    ma il poter pensare (il concedersi di pensare) di poter fare famiglia,
    nel senso di costruire un nucleo affettivo riconosciuto e tutelato al pari
    degli altri,
    a fare la differenza..
    E non credo che questa sia la battaglia finale..
    ma un pezzo della battaglia sul quale stare uniti, questo sì.

    scusate, probabilmente una volta ancora
    ho detto cose un po’ assurde, nel rispetto però delle diverse sensibilità
    e posizioni

    Silvia

  6. Ciao a tutt*,
    sono Daniela di Famiglie Arcobaleno. Ho una compagna e due figlie, avute
    all’interno della nostra coppia.
    Ho 43 anni e da quando ne ho 19 conduco battaglie femministe, glbt,
    antirazziste, laiche, culturali, sociali….

    Nel mio percorso di donna, femminista, lesbica, madre, la critica alla
    famiglia patriarcale ha avuto un peso fondante ed è agente.
    Vengo da lì. E come molt* ho un senso della famiglia che non coincide con
    la consanguineità, altrimenti non si capirebbe perchè consideri mia figlia
    una bimba
    che non ho partorito e combatta ogni giorno della mia vita, ogni singolo
    istante della mia vita, perchè i suoi e miei diritti vengano riconosciuti.
    La mia famiglia è altro ed è tutt’altro che normata, tutt’altro che
    omologata, è forte, ricca, piena di diramazioni, sempre pronta ad
    ampliarsi.

    Qui però stiamo parlando di qualcos’ altro. Si parla di rivendicare
    diritti che non ledono nessuno nel momento in cui vengano concessi nè
    obbligano
    nessuno ad omologarsi. Si parla, o si dovrebbe parlare, di diritti umani,
    per i quali non si elemosina, spettano e basta.
    Inoltre, a mio personalissimo parere, le famiglie omogenitoriali sono
    tutt’altro che omologate e omologanti (fermo restando che difendo il
    diritto a desiderare
    di omologarsi come quello per le piume di struzzo e le paillettes…),
    anzi, contengono potenzialmente un seme rivoluzionario e anti-patriarcale
    e agiscono
    nei fatti una completa uguaglianza dei ruoli senza distinzione di genere,
    anche sul piano di relazione con i figli (con buona pace di Freud).

    Per entrare nel merito del documento:

    *Dal Doc: “l’inclusione lgbttqi nell’istituzione del matrimonio traccia
    immediatamente una linea di esclusione di tutt@ coloro, lgbttqi e non,
    che invece non vogliono sposarsi*”
    Posso essere sincera? Non vi capisco molto…
    Di quale linea di esclusione state parlando?
    di quella tra sposati e non sposati? Quindi quale è la differenza rispetto
    ad ora? Quella per cui le persone che vengono distinte tra coniugate e
    single
    (o sposate e zitelle se preferite) includano anche gay e lesbiche?
    Pensate che questo dia luogo alla lista dei buoni e dei cattivi?

    *Dal doc: Tali momenti difficili accrescono il bisogno di riconoscimento
    di ciò che non viene considerato famiglia, per “spartirsi” quel poco che
    rimane dei privilegi
    economici spettanti alle famiglie “normate”.”

    Posso dirvi che per ora la mia famiglia, normata fiscalmente ma non
    giuridicamente, sta solo prendendo grandi calci nei denti.
    I nostri redditi vengono cumulati con tutte le conseguenze del caso per
    tasse e gabelle, ma le nostre figlie non vengono riconosciute sorelle,
    quindi per esempio
    perdiamo punteggio in nidi e materne comunali dove non siamo più
    considerate madri single, ma non acquisiamo i punti relativi ai fratelli.
    Probabilmente per molti
    di voi sto parlando arabo…me ne rendo conto.
    Vi sto solo illustrando un’ ingiustizia che credo sia comprensibile anche
    da chi figli non ne ha e non ne vuole.

    *Dal doc: quanto c’è di “conservatore” nell’accettare che certe garanzie
    di welfare passino solo attraverso il matrimonio?*
    Chi parla di far passare il welfare solo dal matrimonio?…
    Chi dice che estendere un diritto non significhi continuare a lottare
    perchè altri diritti vengano riconosciuti?

    Io temo che grattando un po’, oltre ai bei discorsi sull’anticonformismo,
    potremmo scoprire molta avversione per le famiglie omogenitoriali proprio
    in seno al movimento glbt.
    Continuo sulla linea della sincerità:
    Sono convinta che nonostante le famiglie arcobaleno siano una parte del
    variopinto mondo glbt a parole, nei fatti siano di difficile digestione.
    Difficile fare spazio, difficile ripensare i proprio modi, luoghi,
    linguaggio, rappresentazione in relazione anche alle nostre esigenze,
    difficile pensarle parte del mondo glbt.

    Quando ho letto la prima volta il manifesto mi sono domandata:
    ma perchè per una volta non si riesce a scendere in piazza e manifestare
    (basta con le sfilate vi prego, abbiamo delle cose da dire) per diritti
    che magari
    non ci interessano direttamente?
    Tutte le manifestazioni in difesa del diritto di aborto non le ho fatte e
    non le farò perchè penso di ricorrervi, ma perchè è un diritto per tutte.
    Tutte le manifestazioni a fianco delle sorelle e dei fratelli immigrati
    non le ho fatte per interesse utilitaristico.
    Le ho fatte perchè credo in un mondo migliore, perchè un diritto negato a
    loro è un diritto negato anche a me, perchè non sopporto di essere
    privilegiata e un mio simile sia invece discriminato.

    Si chiedono diritti perchè è un’ offesa per tutti che anche un solo essere
    umano venga discriminato per una qualsiasi ragione.

    Vi dirò un’ ultima cosa e ve la dirò con un video, brevissimo.
    Rappresenta quello che noi, ma soprattutto i nostri figli (che in una
    società civile verrebbero considerati figli di tutti) rischiamo, motivo
    per il quale
    ci battiamo perchè vengano riconosciute le nostre unioni e per poter
    riconoscere i nostri figli:

    spero di non essere stata troppo brusca e che sia chiaro che se vi scrivo
    è perché apprezzo il confronto.

    buona discussione

    Daniela

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